Dalle Consolle Italiane al Cuore della Jamaica
Mentre l’Europa ballava al ritmo delle prime drum machine, c’era chi sentiva il bisogno di attingere direttamente alla sorgente del ritmo. Tra la fine del 1987 e l’inizio del 1988, DJ Nash (aka Tullio Nascimben) ha vissuto un’esperienza che pochi colleghi dell’epoca potevano permettersi, portando i suoi set in un paese che non era solo un’isola geografica, ma un pianeta a sé stante: la Jamaica.

Cinque eventi organizzati da Miami, cinque immersioni in una realtà tanto affascinante quanto complessa e, a volte, carica di rischi tangibili, dove la musica non era un semplice riempitivo per il weekend, ma una questione di sopravvivenza culturale e spirituale.

Il primo impatto con l’isola si divideva in due mondi speculari. Da un lato c’era Ocho Rios, sulla costa settentrionale, dominata dalla maestosità naturale delle Dunn’s River Falls, dove le cascate d’acqua dolce si tuffavano direttamente nel Mar dei Caraibi circondate da una giungla lussureggiante.
In quegli anni, Ocho Rios era il paradiso dell’intrattenimento all’aperto per i turisti americani: grandi patii sotto le palme, club open-air a ridosso della spiaggia e hotel di lusso dove si suonava una versione più morbida e ballabile del repertorio isolano, pensata per lo stile e i gusti dei visitatori d’oltreoceano. Ma bastava spostarsi a sud per cambiare completamente dimensione.

I Due Volti della Jamaica di Fine Anni ’80
- Ocho Rios: Il circuito dei resort, le spiagge bianche, i party all’aperto per turisti e la natura incontaminata delle cascate.
- Kingston: La capitale politica e culturale, l’asfalto rovente, i ghetti storici, la culla del rasta-man e la durezza dei sound system sotterranei.
Kingston, la capitale, accoglieva i visitatori con una vibrazione completamente diversa e infinitamente più cruda. Questa era la terra che aveva dato i natali a giganti del calibro di Bob Marley e Peter Tosh, la fortezza della cultura rasta-man e la capitale mondiale del reggae. Nelle selezioni che DJ Nash riportava poi in Europa e in Italia, quelle sonorità calde trovavano una sponda naturale nei successi dei nascenti UB40. La band di Birmingham, con il loro iconico pop-reggae e brani storici come Red Red Wine, stava proprio in quel periodo sdoganando il levare giamaicano presso il grande pubblico europeo, ripulendolo dalle asprezze politiche del ghetto e trasformandolo in una hit da classifica planetaria.

Ma vivere la Jamaica vera, come è stato per Tullio Nascimben, significava andare oltre la superficie delle classifiche. Significava proteggersi dal sole accecante e dal caldo torrido dei Caraibi rintanandosi, anche in pieno giorno, in bar seminterrati “fumosi” e oscuri. In quegli anfratti l’aria era densa e l’unico suono ammesso erano le cantilene ipnotiche della musica reggae, suonate no-stop a volumi d’impatto da impianti artigianali. Erano contesti di frontiera, dove un DJ europeo doveva conquistarsi il rispetto della gente del posto esclusivamente con la forza della propria selezione e con il rispetto dovuto a una cultura musicale sacra.
Oggi, a distanza di decenni, la Jamaica è parzialmente uscita dalle rotte dei flussi turistici di massa del vecchio continente, superata da mete esotiche più accessibili e commercializzate. Eppure, per chi ha avuto la fortuna e il coraggio di viverla in quegli anni d’oro a cavallo tra l’87 e l’88, rimane un luogo mitologico e irripetibile: un’isola dove la musica non usciva solo dalle consolle, ma respirava direttamente dalle strade, dall’asfalto di Kingston e dal vento di Ocho Rios.